Orecchiette alla crudaiola per salutare l’estate e stimolare i sensi e la memoria

Fare un caffè? Facile. Sviti la moka, togli il filtro, metti l’acqua, rimetti il filtro e adagi per bene la polvere di caffè, poi avviti e metti sul fuoco dopo aver acceso il gas. Azioni in serie che facciamo ogni giorno, al mattino o dopo pranzo, mentre ci prepariamo a andare al lavoro, ascoltando magari il giornale radio in sottofondo o compulsando il cellulare per rispondere ai messaggi di un gruppo Whatsapp. Facile per noi. Meno facile o addirittura difficile se una malattia neurodegenerativa come l’Alzheimer o il Parkinson colpisce la memoria procedurale, quella appunto che ci permette di mettere in fila, nel giusto ordine, i singoli gesti che compongono una azione, perfino quella banale di preparare un caffè o salire una scala, o chiamare un figlio col cellulare.

Una delle attività che gli Amici della Piccola Casa utilizzano per stimolare questo tipo di memoria è la cucina: ricordare una ricetta, i suoi ingredienti, la procedura – appunto – per preparare un piatto da condividere a pranzo.

Così oggi alcuni anziani si sono dedicati alla preparazione di orecchiette alla crudaiola, un piatto fresco tipico dell’estate che sta per salutarci, un modo per salutare il caldo della bella stagione e prepararsi all’arrivo dell’autunno: c’è chi ha preparato le orecchiette, chi ha tagliato i pomodorini, chi ha sminuzzato il basilico, chi ha apparecchiato, chi ha grattuggiato la ricotta marzotica. Non prima di aver ripassato il procedimento, valutato insieme le dosi, preso gli utensili necessari e preparato la pentola sulla piastra a induzione (indispensabile per evitare che ci si possa scottare con la fiamma del fornello tradizionale, a gas).

Ci vuole attenzione, pazienza, metodo anche per una semplice crudaiola se la memoria procedurale vacilla e rende meno automatico, meno scontato il procedimento. E non è vero che la cucina è regno delle sole donne: il gusto di preparare qualcosa insieme non ha barriere di sesso e poi… gli chef più famosi nel mondo sono uomini, perbacco.

Alla fine il piatto servito in tavola, il giudizio positivo del solito criticone (no, l’Alzheimer non cancella i tratti del carattere, semmai a volte li esalta…), il gusto, la stimolazione sensoriale dei colori nel piatto, dei profumi, dei sapori ripaga dello sforzo e dà soddisfazione. «È pronto in tavola!».

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Lettera aperta ai famigliari

Bari, 16 maggio 2020

Carissimi!

Da quando, la sera dell'11 marzo la Regione ha disposto la sospensione delle attività dei centri diurni, si sono succedute decine di disposizioni, nazionali, regionali e comunali, centinaia di pagina, troppo spesso in contraddizione tra loro stesse, molte volte irrealizzabili, non poche volte in grado di generare il sospetto che fossero state scritte al solo scopo di trasferire la responsabilità sul singolo operatore, sul singolo gestore. Basta elencare le date delle disposizioni per calcolare il numero delle disposizioni: moltiplicatele per decine di pagine, spesso scritte in burocratese e calcolate che in alcuni giorni è arrivata anche più di una disposizione normativa.

Marzo: 9, 11, 13, 14, 17, 20, 21, 30.
Aprile: 3, 4, 8, 18, 20, 21, 23, 24, 26, 27, 29, 30.
Maggio: 2, 6, 7, 9, 11, ma siamo soltanto all'inizio.

Oltre queste centinaia di pagine, le pagine dei giornali: ai giornalisti sono state profuse indiscrezioni, che essi hanno poi pubblicato e che hanno allarmato. O disarmato.

Ne descriviamo soltanto due, di queste disposizioni.

La prima. Chiusi i diurni è stato deciso: gli operatori possono organizzare attività domiciliari per continuare a assistere i propri utenti. Condizioni: l’operatore deve indossare tuta, calzari, mascherina, visiera, copricapo e guanti. L’anziano deve bardarsi allo stesso modo e ugualmente deve vestirsi il famigliare caregiver. Se il funzionario avesse immaginato la scena mentre la descriveva avrebbe riso.

A qualcuno di noi è venuto da piangere.

La seconda. I diurni possono riaprire. Ma. Gli anziani affetti da demenza devono frequentare uno giorno sì e due no, in modo che anziché essere venti o trenta, sono presenti una decina per volta; nei giorni in cui non frequentano, gli operatori possono fare attività con loro in videoconferenza. Quando sono al centro diurno gli anziani devono rispettare il distanziamento sociale (gli anziani affetti da demenza); devono indossare la mascherina, gli anziani e gli operatori, senza toccarla e per otto ore. Poi devono lavarsi le mani (per almeno quaranta secondi, è ovvio) con la procedura con cui se le lavano i chirurghi in sala operatoria – gli anziani affetti da demenza.

Ovviamente il capitolo rette e costi, spese di affitto, bollette, fornitori, cassa integrazione che ai nostri operatori non è ancora arrivata, questo capitolo, lo tralasciamo perché ulteriori mortificazioni non servono. E tralasciamo che da una settimana i fornitori professionali hanno esaurito anche i guanti, oltre alle mascherine.

È stato ed è un periodo difficile per tutto il Paese, per tutto il mondo, e per ciascuno, quindi non facciamo la gara a chi sta peggio. Perché è evidente: sta peggio chi ha dovuto affrontare questo dramma con accanto una persona affetta da demenza da assistere. Per vederla peggiorare, declinare, aggravarsi. A volte morire.

Ora il Paese si avvia per la Fase2, o 2 bis, o chi lo sa. Per i centri diurni demenze ovviamente non è cambiato niente. O forse sì, in peggio: perché mentre scriviamo – di sabato sera – ci raggiunge per caso l'ennesima disposizione regionale. Altre 17 pagine.

Ora noi – che sentiamo tutto il peso morale e umano di coloro ai quali abbiamo dedicato il nostro lavoro e quasi tutti anche la nostra vita – proveremo a capire come fare a ricominciare. Ma avremo bisogno di sentire che le famiglie ci sono e ci saranno accanto: abbiamo due nemici, il virus e la burocrazia, l'uno minaccia di uccidere il corpo, l'altra uccide tutto il resto.

Uno di questi giorni di sospensione della vita una bambina ha inventato una preghiera: «Madonnina, togli questo virus». E qualche giorno dopo ha aggiunto: «E fai presto».

Scenda su di noi un angelo santo.